SCRITTORI E GUSTO URBANO FRA SETTECENTO E OTTOCENTO
di: Francesco Iengo a cura di Mario Della Penna
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Capitolo I

TORINO CITTÁ ESEMPLARE DEL SETTECENTO

Fra le città italiane, e se si escludono Roma, Napoli e Venezia, per le quali il discorso è necessariamente più complesso, ce n'è una - Torino - che, presso i viaggiatori del Settecento, sembra raccogliere un consenso pressochè universale (1), sia pure, ovviamente, con qualche riserva sull'una o sull'altra sua caratteristica. Nel 1728, così, a Torino, scrive Montesquieu:

«Torino è una città ridente, piccola, sebbene ingrandita dal padre del Re, e dal Re (Carlo Emanuele II e Vittorio Amedeo II), dopo l'assedio; i nuovi quartieri sono stati tirati a filo. La piazza circondata dal Palazzo Reale e da parecchie belle case private, mentre al centro è il palazzo fatto costruire dalla defunta Madama Reale (Cristina di Francia; al famoso palazzo, nel 1721 Filippo Juvara aveva dato la facciata barocca), è d'una bellissima architettura» (2).

Dopo aver ribadito che Torino è "piccola e ben costruita", Montesquieu la definisce il "più bel villaggio del mondo", e conclude:

«Dicono che Torino conti 50.000 anime; il Re dice che ce ne sono 53.000; ma sono convinto che non arrivano a 40.000. Piccola città; poche case piccole; poca gente per le strade. Il Palazzo Reale, i giardini, le piazze, occupano molto spazio, e le strade sono larghe» (3).

Dunque, gli aspetti urbanisticamente positivi di Torino, sono, secondo Montesquieu, i quartieri tirati a filo, la larghezza delle strade, la scarsità di case piccole e lo spazio dato a piazze, giardini e a qualche pregevole architettura; mentre aspetti meno positivi ne sono la piccolezza complessiva (fin troppo marcata), e soprattutto la poca gente per le strade. Da un punto di vista sociale, la città è, secondo Montesquieu, "abbastanza noiosa" (4). Le strade diritte, la regolarità degli edifici e la bellezza delle piazze, colpiscono favorevolmente anche Charles de Brosses, a Torino nel 1740:

«Torino mi sembra la più bella città d'Italia e, forse, dell'Europa, per le strade diritte, la regolarità degli edifici e la bellezza delle piazze. La più nuova tra queste è circondata da portici. E' vero che non si trova più qui, o per lo meno è raro, quel grande stile architettonico che domina in alcuni monumenti delle altre città; ma non vi è neppure il fastidio di vedere delle capanne a fianco dei palazzi; ciò forma un insieme, piccolo sì (perchè la città è piccola), ma affascinante» (5).

Diversamente da Montesquieu, de Brosses scopre Torino alla fine del suo viaggio in Italia, e cioè, dopo l'esperienza di città, poniamo, come Roma e Napoli, in cui ha fra l'altro veduto, appunto, "grandi stili architettonici" deturpati dalla contiguità con autentici tuguri (6). Questa contiguità non esiste a Torino evidentemente questa novità diventa a sua volta un'ulteriore condizione del bello urbano settecentesco (7). Il che, fra parentesi, ci dice quanto siamo ancora lontani sia, per esempio, da qualsiasi piranesiano "fascino delle rovine" (8), sia da qualsiasi interesse per quei tipi di agglomerato che noi oggi chiamiamo "centri storici". Comunque, anche de Brosses non può far a meno di notare la piccolezza di Torino (anche se ne attutisce la portata)(9).

Del 1739 sono anche i Viaggi di Russia di Francesco Algarotti, di cui va subito registrato il notevole anticonformismo proprio nei confronti di certo gusto che stiamo vedendo, anticonformismo che coinvolge, ovviamente, anche Torino. Parlando, infatti, delle città d'Olanda, Algarotti scrive:

«Delle città d'Olanda, ella ben sa, Mylord, che si può dire: Vedine una, vistele tutte: casamenti per tutto delle stessa maniera, strade a filo, alberate, canali, nettezza che va allo scrupolo, e i terrapieni delle mura tenuti come un giardino in Inghilterra» (10).

Cosicchè, dell'assai simile e, per di più, nuova Torino, Algarotti, puntualmente, non può dire se non che "il defunto re di Sardegna, che tanto ha fabbricato anch'egli la sua Torino, non sortì per architetto che un Giovara" (invece di poter disporre, magari, di un Palladio) (11) . Ma la voce di Algarotti è, nei suoi anni, pressochè isolata.

Ad un apprezzamento incondizionato di Torino, torniamo con Jean-Jacques Rousseau, il quale, nel 1776-1777, ne cita il lusso esteriore, la simmetria, l'allineamento delle case e le strade, in relazione, stavolta, alla composita urbanistica di Parigi:

«L'arrivo a Parigi quanto smentì l'idea che me n'ero fatta! Il lusso esteriore che avevo visto a Torino, la bellezza delle strade, la simmetria e l'allineamento delle case mi facevano cercare a Parigi cose anche migliori. M'ero figurato una città bella quanto grande, che avesse il più imponente degli aspetti, ove non si vedessero che strade superbe, palazzi di marmo e d'oro. entrando dal sobborgo Saint-Marceau non vidi che stradette sudicie e puzzolenti, brutte case nere, aria di sporcizia e povertà, mendicanti, carrettieri, rammendatrici, rivenditrici di tisane e di cappelli vecchi, e tutto ciò mi colpì sulle prime a tal punto, che quanto ho visto poi a Parigi di realmente magnifico non ha potuto distruggere quella prima impressione, e me n'è rimasto sempre un segreto disgusto d'abitare in quella capitale» (12) .

Rilevata la menzione oggettiva di due ulteriori elementi della "città esemplare" settecentesca, quali il marmo e l'oro (13), va detto che, qui, evidentemente Parigi sta a Torino come Torino stavano in de Brosses, i palazzi deturpati dai tuguri delle sottintese Roma e Napoli - e tale persistenza d'un "settecento" pieno (almeno da un certo punto di vista) anche in un Rousseau, è senz'altro da annotare. Ma c'è di più.

La città settecentesca, quale si sta già configurando con chiarezza, è una città che, fra l'altro, domanda una netta distinzione dalla campagna e, in genere, da tutto ciò che sia, in qualche modo, rurale. E' così che si spiegano, lungo tutto il secolo, l'attenzione per un elemento quale i bastioni (sistematicamente concepiti, si direbbe, più come sottolineature visive di quella distinzione, appunto, che come vere e proprie difese militari), e parallelamente, il fastidio per quelle città ove questa parigina di Rousseau, appunto). Torino, invece, risulta gradita anche perchè, essendo nuova, più decisa che altrove risulta la censura fra il suo "costruito" e l'"incolto" circostante.

Torino emerge sostanzialmente eguale anche dalle pagine di Sade (1775), dai Mèmoires di Carlo Goldoni (1787), e dalla Relazione del marchese italiano Giovan Battista Malaspina, del 1786. Sade:

«Il 25 (luglio) arrivai a Torino piuttosto presto. Questa città, della quale vi parlerò poco in quanto mi ci fermai assai brevemente, mi parve ben costruita. Le chiese sono superbe, le strade belle e quasi tutte squadrate; le case hanno tutte uno stesso livello. Il defunto re delirava nell'abbellirla. Si assicura che l'attuale monarca ne è altrettanto geloso. Il palazzo del re è abbastanza vasto e comodo, ma è poco appariscente. Il parco, racchiuso nelle fortificazioni della città, è estremamente limitato, ma è così piacevolmente disegnato che non ci si accorge affatto della sua modesta ampiezza: è opera del celebre Le Notre. Il palazzo del principe di Piemonte, situato nella stessa piazza di quello reale, è un pezzo architettonico di eccezionale bellezza» (14).

Dunque, Sade ha qualche riserva sul palazzo del Re, ed è sensibile, più che all'ampiezza in sè di determinati elementi urbani, all'artificio che, eventualmente, sappia illudere su quest'ampiezza - è un altro tratto da tenere presente. In più, che a tutta una determinata cultura siano particolarmente fastidiosi i mattoni (almeno quanto le è gradito il marmo), Sade lo conferma quando trova "vasto", ma "non magnifico nè piacevole", Palazzo Carignano (15), proprio perchè in mattoni.

A Torino capita anche Carlo Goldoni, che così la ricorderà a distanza di tempo (nel 1787):

«Non conoscevo Torino; e mi parve deliziosa città. L'uniformità delle costruzioni delle vie principali offre un colpo d'occhio ammirevole. Le piazze, le chiese sono di grande bellezza. La cittadella è una magnifica passeggiata; nelle abitazioni reali, sia in città che in campagna, c'è magnificenza e buon gusto» (16).

Dunque, una conferma - anche per quella nota così significativa sulla "cittadella", concepita più come elemento decorativo che come elemento militare. Infine, Torino - come riassume Alessandro D'Ancona - appare a Giovan Battista Malaspina (che ritornava di Francia nel 1786):

«Bella di dentro e di fuori, ma sommamente piccola, e, all'apparenza, più una piazza forte che una capitale»

Piacquero al Malaspina «oltre le vie lunghe e diritte e pulite, e le piazze di bella forma, i viali esterni: cosa unica in Italia, ove le città mancano di simile beneficio; ma i palazzi difettano di gusto architettonico, e quello del Principe di Carignano è addirittura di "orrido disegno"; le facciate quasi tutte bucherellate e grezze» (17).

Il Malaspina, dunque, condivide con il vecchio Montesquieu l'appunto, chiaramente "illuministico", sulla eccessiva piccolezza di Torino, e con il quasi contemporaneo Sade il fastidio per determinate architetture: in particolare, per il solito palazzo Carignano, brutto sia per i mattoni sia per il disegno. Torino, comunque, continua ad affascinare, nel complesso, anche Malaspina. Qualcosa di nuovo comincia a manifestarsi con Chateaubriand, e siamo nel 1803:

«Io ero rimasto mediocremente impressionato dalla prima vista di Torino (...) Torino è una città nuova, ben tenuta, regolare, ricca di palazzi ma unpò monotona. Torino ha la sua regolarità, la pulizia, i marciapiedi di Londra e l'architettura dei più bei quartieri di Parigi»(18).

Dove va soprattutto notata quell'allusione alla monotonia di Torino, che non è più la noia sociale di Montesquieu, ma riguarda, ormai, proprio l'architettura della città: un gusto preciso è sul punto di tramontare. Nel 1832, a Romanticismo già abbondantemente "accaduto", il Quatrèmere de Quincy sosterrà che Torino provoca indifferenza e noia come «tutte le città che sono state edificate interamente sovra uno stesso modello: ad un solo batter d'occhio tutto si è veduto nella città di Torino, poichè una casa, una contrada, una piazza non sono che la esatta ripetizione d'un'altra piazza, d'un'altra contrada, d'un'altra casa» (19).

E, ormai nel 1862, Ferdinand Gregorovius scriverà così:

«Torino è completamente moderna, magnifica, piena di palazzi principeschi. Il suo carattere è che non riveste alcun carattere speciale. Rassomiglia in ciò a Berlino (...) Dacchè ho veduto questa bella, ma fredda e non storica Torino, ho riconosciuto anch'io che da questo punto l'Italia non può essere governata. Tutti i monumenti di Torino sono moderni e appartengono alla nazionalità piemontese»(20).

Nel gusto dominante, la città settecentesca non è più, a questo punto, che un ricordo, anche se molti tratti di questo gusto nuovo, possono essi stessi avere qualche radice nel vecchio secolo - e basta pensare ad un Algarotti.


(1) Un quadro esauriente della fortuna delle varie città italiane presso i viaggiatori del Settecento, quadro basato su criteri di ordine statistico-quantitativo, in CESARE DE SETA, L'Italia nello specchio del Grand Tour, in Storia d'Italia, Annali 5, Il paesaggio, Torino, Einaudi, 1982, in particolare pp. 225-226

(2) MONTESQUIEU, Viaggio in Italia, a cura di GIOVANNI MACCHIA e MASSIMO COLESANTI, Bari, Laterza, 1971, p.87

(3) Ibid. p.98

(4) Vedi, in proposito, LUIGI FIRPO, Rousseau e Montequieu a Torino, in Nouvelles de la Republique des Lettres, 1981/2 pp. 67-90

(5) CHARLES DE BROSSES, Viaggio in Italia, Lettere famigliari, trad. it. BRUNO SCHACHERL, Bari, Laterza, 1973, p.649

(6) Scrive in proposito uno dei massimi teorici italiani della città settecentesca, FRANCESCO MILIZIA, ancora nel 1781 (cfr. Principii di architettura civile, oggi antologizzato in Illuministi italiani, Milano-Napoli, Ricciardi, 1965, p.555): "Si innalzan da per tutto continuamente nuovi edifici d'ogni genere, ma non si raddrizza mai nè la cattiva distribuzione delle strade, nè l'irregolarità delle decorazioni. Sussitono tuttavia i fetidi vicoli toruosi ed angusti, mancan piazze ove il bisogno è maggiore, son deturpate le più riguardevoli bellezze e giaccion come perle nel letamaio".

(7) Un autentico teorizzatore della novità di fondazione come canone, diventa ancora MILIZIA, quando (op. cit. p.558) cita le nuove Torino e Berlino (oltre Strasburgo, Nancy e Modena, "rettificate" di recente) come città affatto esemplari.

(8) E anche da qualsiasi debolezza protorinascimentale per le "rovine" stesse (v. JACOB BURCKHARDT, La civiltà del Rinascimento in Italia, trad. it. DOMENICO VALBUSA, Firenze, Sansoni, 1955, p.175)

(9) Quantunque la Torino di de Brosses sia ormai tutt'altra cosa rispetto a quella del 1581 visitata da MICHELE DE MONTAIGNE (cfr. Giornale di viaggio in Italia, trad. it. ETTORE CAMESASCA, Milano, Rizzoli, 1956, p. 309) non penso sia utile ricordare che anche a Montaigne la città appare, anzitutto, "picocla". Comunque la Torino cinquecentesca era "ancora di così poco momento che molti viaggiatori nel recarsi in Francia in Lombardia lasciavanla a mancina per ire diritto da Rivoli a Moncalieri. La forma della città era quadrata (...) Le mura (...) erano merlate e fiancheggiate da torri quadre e rotonde (...) Parecchie altre viuzze dirigevansi tortuosamente alla cinta settentrionale" (ERCOLE RICOTTI, Storia della monarchia piemontese, Firenze, Barbera, 1861, vol. I, pp.112-117).

(10) FRANCESCO ALGAROTTI, Viaggi in Russia, a cura di PIETRO PAOLO TROMPEO, Torino, Einaudi, 1961, p.6. Da questa nota olandese di Algarotti, dipende un passo di FRANCESCO MILIZIA di cinquant'anni dopo (op. cit. p.553), il quale, così, si distacca, almeno in un particolare, da un secolo il cui gusto, tuttavia, in gran parte condivide: "Chi ha veduta una delle città (dell'Olanda) le ha viste tutte e chi ha vista una sola strada ha veduta la città intera. Ogni strada vi è tirata a cordone con canali in mezzo e alberi alle ripe. Tutto è di sì fredda esattezza che ci fa desiderare il disordine delle nostre città, dove manca la più necessaria direzione. Vi si vede da pertutto una noiosa ripetizione degli stessi oggetti, che non differiscono che numericamente, e tutti i quartieri si rassomiglian tanto che non si distinguono e vi si perde". Sono osservazioni che arriveranno fino allo Heine berlinese del 1828.

(11) FRANESCO ALGAROTTI, op. cit. pp.97-98.

(12) JEAN-JACQUES ROUSSEAU, Confessioni, trad. it. FELICE FILIPPINI, Milamo, Rizzoli, 1955, vol. I, p.178 (libro IV). Vedi, in proposito, anche LUIGI FIRPO, art. cit., e ROSARIO PAVIA, L'idea di città XV-XVIII secolo, Milano, Franco Angeli, 1982, p.84 e 134 in particolare. Ricorda CEDARE DE SETA (op. cit. p. 212) che Torino emerge con rilievo anche nel Viaggio in Italia di EDWARD GIBBON, del 1764, e (idid. p.214) che anche per il musicologo CHARLES BURNEY, il quale la visita nel 1770, Torino ha "strade dritte e regolari", vi sono portici e palazzi sontuosi, e la città "conta dieci piazze e tutte le strade sono regolari". A proposito, poi, dell'entrata a Parigi per il sobborgo di Saint-Marceau, è da ricordare una frase già di VOLTAIRE (in Candido, cap. XXII): "Entrò per il sobborgo di Saint-Marceau, e credette d'esser nel più brutto villaggio di Vestfalia". D'altra parte, ricorda ALESSANDRO D?ANCONA (cfr. rancia e Italia nel 1786 nella Relazione di viaggio G.B. Malaspina, in Viaggiatori e avventurieri, Firenze, Sansoni, 1974, I ed. 1912, p.256), che "la prima impressione del nostro viaggiatore al suo ingresso a Parigi, non fu buona, entrandovi egli dalla Rue d'Enfer, lunga da far perdere la pazienza, e che poi si perdeva in altre vie sudicie e tortuose. Gli pareva di essere rientrato a Napoli". Quanto a GIACOMO CASANOVA (cfr. Storia della mia vita, trad. it., Milano, Dall'Oglio, 1965, vol. VII, p.280 - cap. LXXXIX), anche lui parlerà di Parigi come d'una città "imperfetta" (quantunque "attraente come nessun'altra al mondo").

(13) E' comunque da ricordare che il marmo e l'oro sono materiali architettonici apprezzatissimi già fin dal primo Rinascimento: basta leggere qualche passo, per esempio, del De situ venetae urbis di MARCO ANTONIO SABELLICO (riportato in JACOB BURCKHARDT, op. cit. pp.61-62). Un notevole anticonformismo invece, anche sulla questione del marmo, va segnalato di nuovo in FRANCESCO ALGAROTTI, Saggio sopra l'architettura (1756), oggi antologizzato in Illuministi italiani, cit. vol. II, pp.307-331: "La pietra e il marmo, materia tanto più durevole e preziosa che bisogna ire a cercarla sottoterra, e di cui a non tutti i paesi ha fatto dono la natura, è ben lungi dal fornire, in virtù della natura sua propria, le tante varietà di ornamenti e di forme che richiede l'architettura". Per quanto riguarda ancora il marmo, c'è da aggiungere che il Settecento lo esige particolarmente pregiato, e preferibilmente bianco, oltrechè, se non proprio lucido, almeno levigato (vedi in proposito, le osservazioni di de BROSSES a Genova - op. cit. p.31). Si spiega, in tal modo, la disgrazia, lungo tutto il secolo, d'un marmo, pure di nobilissime tradizioni, come il travertino, il quale, per esempio secondo MONTESQUIEU (op. cit. p.225) è, semplicemente, un a pietra che "ha dei buchi e si sfalda", e non si presta alla scultura, e secondo ALESSANDRO VERRI (cfr. Le notti romane, a cura di RENZO NEGRI, Bari, Laterza, 1967, p.249 - notte VI colloquio IV), è servito, nell'epoca moderna, a costruire " i più rozzi edifici", comunque imparagonabili agli antichi, costruiti in "marmo peregrino". Tale disgrazia durerà fino allo STENDHAL romano del 1828, secondo il quale il travertino è "una pietra assai rozza piena di buchi come il tufo, e d'un bianco che dà sul giallo" (Promenades dand Rome, Paris, Calmann-Levy, s.d., vol. I p.29): "L'aspetto di tutti i monumenti di Roma - aggiunge Stendhal (ibid. vol. II p.68) - sarebbe stato molto più piacevole al primo colpo d'occhio se gli architetti avessero avuto a loro disposizione la bella pietra di taglio usata a Lione o ad Edimburgo, o solo il marmo di cui è fatto il circo di Pola (Dalmazia)". E' uno dei tratti più settecenteschi del gusto di Stendhal. così, nel 1831, rifletterà un gusto settecentescamente arretrato il "popolano" che "dice" il sonetto di GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI intitolato La Ritonna (La Rotonda, il Pantheon) (cfr. I sonetti, introd. di CARLO MUSCETTA, Milano, Feltrinelli, 1965, vol. I, p.206), sonetto in cui quegli rimpiange che le colonne del Pantheon non siano di marmo bianco, quantunque pregiate: "Peccato abbi d'avè ste porcherie/da nun èssece bianca una colonna!".

(14) DONATIEN ALPHONSE FRANCOIS DE SADE, Viaggio in Italia, trad. it. RAFFAELLO DELFINO, Roma, Newton-Compton, 1974, pp.40-41.

(15) Ibid. p.41

(16) CARLO GOLDONI, Memorie, trad. it. PIETRO BIANCONI, Milano, Rizzoli, 1961, vol. I, p.279 (parte II, cap. XII).

(17) ALESSANDRO D'ANCONA, op. cit., p. 277.

(18) FRANCOIS RENE' DE CHATEAUBRIAND, Viaggio in Italia (1803-1804) trad. it. GIOVANNI RABIZZANI, Lanciano, Carabba, 1910, pp.19-20

(19) ANTOINE_CRISOSTOME QUATREMERE DE QUINCY, Dictionnaire historique de l'architecture, antologizzato e in trad. it. in PAOLO SICA, Antologia di urbanistica dal Settecento ad oggi, Bari, Laterza, 1980, p.45. E' comunque da ricordare che al rischio della monotonia, cui potrebbe portare una certa concezione "geometrizzante" del costruito urbano, anche il Settecento non è del tutto insensibile. FRANCESCO MILIZIA, per esempio, dice ancora che non si deve cadere nella monotonia architettonica appunto, ch'egli definisce "insipida" (op. cit. p.552 e 553). Tutto, insomma, deve essere, secondo lui, sì £diritto e regolato", ma "senza monotonia, e da una moltitudine di parti regolari deve risultare del tutto una certa idea di irregolarità e di caos, che tanto conviene alle città grandi". Non è certo il caso di parlare di "prelusioni" romantiche, ma sono senz'altro momenti - come quelli del più antico Algarotti - da tenere presenti.

(20) FERDINAND GREGOROVIUS, Diari romani, trad. it. ALBERTO MARIA ARPINO, Roma, Avanzini e Torraca, 1967, vol. I, pp.251-252


Theorèin - Marzo 2006